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Vito Fiorellini

Nato ad Avigliano 1'11 ottobre 1927.
Nel 1951 laurea in giurisprudenza a Bari col Prof. Leonardo Coviello Junior.
Nel 1952 sostituto avvocato presso l'Avvocatura Comunale di Milano.
Nel 1957 vice capo dell'Urbanistica. Nel 1963 capo dei Lavori Pubblici. Nel 1971 si dimette. Libero professionista. Nel 1975 consigliere comunale di Milano e assessore all'Ecologia. Presidente di un'Azienda Municipalizzata. Si dimette.
Da cinquant'anni si comporta da "console onorario" della Basilicata a Milano. Attualmente è Presidente di Incontri Lucani "Associazione Culturale ONLUS".
Ha scritto:
Nove mesi meno un anno - Silvio Mursia Editore - Milano
L'Ultimo dei Cusci - Claudio Gallone Editore - Milano
Il Barone del Bosco di Policoro, appena terminato, alla ricerca di un editore.


"L'ULTIMO DEI CUSCI"

Ha ricevuto il "Primo premio letterario assoluto Città di Torino'; il "Primo Premio Letterario Città di Milano" ex aequo. Fiorellini, però, maggiormente si gloria di aver ricevuto il "Carpine d'argento" assegnatogli dall'Associazione Culturale "Il Carpine" della Frazione Possidente di Avigliano, il "Premio Arco" della Pro loco di Avigliano, e soprattutto, di aver ricevuto "unico caso, forse, in Italia" il diploma di maturità classica "ad honorem" dal Liceo Quinto Orazio Flacco di Potenza, quale "allievo mancato e poi adempiuto". Quel diploma aveva già conseguito nel 1946 nello stesso Liceo, ma solo da privatista.

 

Percorso culturale di Mario Santoro 

E' stato detto e scritto molto su questo straordinario libro di Vito Fiorellini, ma non abbastanza e, come accade per i libri ( pochi) di valore, non si potrà mai essere esaustivi perché essi hanno, tra l'altro, il pregio di poter essere analizzati da più punti vista.

"L'ultimo dei Cusci" è un libro eccezionale per la modernità dello stile, la capacità di contaminazione tra lingua italiana, nella forma rapida, immediata, rotta, - con scivolamenti e morbidezze linguistiche ed al tempo stesso interruzioni e franti cambiamenti, quasi a sottolineare il carattere della gente protagonista - e lingua dialettale, nelle espressioni e nei modi che risultano personalizzati, efficaci, immediati, fortemente giuocati sui significanti e sulle connotazioni intime che si prestano alla inferenza immediata e costituiscono un percorso particolare per chi, come chi scrive, sente di appartenere a quella razza di Cusci di cui si parla.

E la prima operazione rivoluzionaria Vito Fiorellini la compie proprio nel titolo del lavoro: titolo che consente di per sé un capovolgimento storico significativo ed assume valore di portata allargata, sia pure nell'ambito ristretto - ma poi non tanto - della zona di pertinenza, per diventare metaforicamente collocabile in qualsiasi posto del mondo.

E così l'etichettatura "Cuscio di Avigliano" attribuita da sempre, con spregio e una punta di malcelata invidia, con tanto di ironia, di presunzione e di inevitabile canzonatura, diventa oggi - che molti l'hanno dimenticata, di proposito ( per una specie di vergogna) o no non importa - quasi una sorta di rivalutazione non solo per il senso dell'orgogliosa appartenenza ma anche per la ricerca, vera o presuntuosa e pretestuosa - non importa ancora una volta - di radici lontane fino allo "Stupor mundi", anch'egli rivalutato, forse con notevole ritardo. Ma, se si vuole, ricerca e senso di appartenenza sono estensibili a tutta la regione che scopre la sua civiltà millenaria, anticipatrice o almeno coeva di quella romana.

Perché, dunque Cuscio senza ulteriore specificazione, mentre per altra gente, cui il lavoro è dedicato, si è resa necessaria la puntualizzazione? L'autore parla di "Piedispaccati di Pietragalla", "Briganti di Rionero", "Culineri di Palazzo", "Bruciamorti di Potenza" e così via.

Per rispondere possiamo usare le stesse parole di Fiorellini: "Non è necessario precisare 'Cuscio di razza imperiale'. Basta dire 'Cuscio!' ".

Occorre, doverosamente, aggiungere che i veri Cusci "sono soltanto gli Aviglianesi che la terra pietrosa zappano a mano, così in profondo che il manico della zappa, alla fine, scompare nel solco".

E non è solo questo. Ci sono altre precisazioni che l'autore snoda con sorprendente precisione e con rapidità espressiva toccando i vari aspetti del carattere e sottolineando punte di esasperazione e di esagerazione. Tutte le indicazioni possono essere racchiuse in una sintesi estrema, efficacissima e secca nella sua capacità di racchiudere concetti diversi. Può bastare quanto appare, in corsivo, nella pagina che precede il titolo del libro e che sembra dominare la stessa quasi una scritta trionfale: "Schitta E'!".

Accade così che l'essere Cuscio, grazie a Vito Fiorellini, diventa quasi un simbolo, un distintivo da ostentare, una possibilità di ergersi sulle punte anche per tanti, che avevano, per così dire, nicchiato e si erano seminascosti o avevano conservato una sorta di doppia identità da esibire all'occasione, per comodo; oggi rispondono al nuovo imperativo recuperando forzosamente forme dialettali perdute, onomatopee rumorose, suoni chiassosi, richiami ancestrali, forme spurie.

Ma al Cuscio vero tutto questo non sfugge, come direbbe "l'ultimo" di Vito Fiorellini che, con un gesto sprezzante, li allontana o li lascia a blaterare, ignorandoli. Essere "Cuscio" vuol dire ben altro come testimonia il romanzo che non cede alla tentazione autolesionistica del dialetto per il dialetto ma ricorre ad espressioni originalissime, personalizzate, efficaci nella denotazione che si ottiene per scomposizione dell'inferenzialità, in un gioco abile non solo di parole ma anche di microchirurgia espressiva che solo un artista o meglio un artigiano vero può e sa fare. Il libro è pieno di questi riferimenti che da soli gli danno valore e che meriterebbero di essere ripercorsi per un'analisi approfondita e puntuale e che Vito Fiorellini sceglie con cura meticolosa, attento e preciso nella proposizione che non deve nulla concedere all'orecchio e deve essere di per sé funzionale alla situazione nella sua capacità di essere letta ed interpretata per tratti soprasegmentali.

Ne esce fuori una scrittura piana, godibile, paratattica in molti punti, immediata, tagliente, con tratti descrittivi efficacissimi e puntuali tanto da far pensare contemporaneamente a Manzoni, per certe descrizioni anche dettagliate, a Collodi, quando con pochi tocchi di penna crea una situazione, a Gozzano per certa ironia sottile e bonaria ma per questo anche più efficace, ai contemporanei per l'immediatezza di certe forme. Ma senza volerlo catalogare il romanzo - ogni opera è in sé originale - o ascriverlo a questo o a quel movimento culturale e letterario, chi è aduso a leggere con una certa attenzione può trovarvi riferimenti svariati, accostamenti e vicinanze, ma anche aspetti specifici che testimoniano non solo della solida cultura dell'autore ma anche della sua varietà di lettura.

Testo di memoria, di neorealismo, di mito anche un po' melodrammatico; si potrebbe anche dire saga familiare, lavoro di affrancamento, di ritorno alle radici, di recupero del provincialismo che si universalizza.

Protagonista di tutta la vicenda narrata è sicuramente "zi Pepp" o "Giuseppe", personaggio che emerge a tutto tondo e campeggia al di sopra di tutti gli altri non solo come figura di riferimento e come simbolo da ostentare con orgoglio ma anche come uomo dalle molte qualità specifiche e dotato della capacità di saper stare con gli altri ed essere da essi cercato, guardato con simpatia ed ammirazione per la sua sicurezza, anche un po' spavalda, se si vuole, ma sempre franca e chiara nelle sue diverse esternazioni.

Egli è l'ultimo dei Cusci ed è destinato a trionfare sempre, ora direttamente, ora indirettamente e in maniera meno appariscente. La sua figura poliedrica, infaticabile, sognante, pittoresca, in un modo o nell'altro, giganteggia, finanche quando scorreggia alla faccia di qualcuno e quando impone, con la forza della logica del suo ragionamento, tutto particolare, le sue convinzioni, in una disputa con due guardie campestri sullo 'Stupor mundi', alle quali potrà dimostrare con tanto di documentazione la sua discendenza diretta.

E così, via via, viene presentato il carattere del Cuscio, nella esagerazione di alcune affermazioni, nella determinazione di altre, nell'accostamento alla tenacia e alla testardaggine dei muli e nella lotta con gli stessi per costringerli all'aratro o semplicemente per "imbastarli", perché il Cuscio è sempre di più e meglio. E, ovviamente, su tutti prevale la forza di Giuseppe che ricorre, se necessario, anche ai morsi: "Mio padre, essendo autentico Cuscio, faceva un balzo e s'attaccava a volo, con un braccio, al collo del mulo più vicino, come volesse baciarlo. Gli azzannava invece il labbro inferiore, anzi quella massa molle che è in punta alla mascella, e dava dentro a morsi, coi suoi denti forti, facendo piangere il mulo di dolore".

L'orgogliosa consapevolezza di sé rende il Cuscio unico, secondo le rivendicazioni dell'autore, e lo spinge a ritenere che egli basta da solo a tutto e può esercitare la "porfiria" che non è, si badi bene, ottusa testardaggine, ma piuttosto "massima immutabilità sulla posizione presa, ma anche massima mutevolezza".

E l'autore, dopo aver tentato sagge spiegazioni, nella difficoltà dell'enunciazione, ricorre efficacemente, sul modello della cultura contadina e cuscia, ad una esemplificazione che da sola basta a chiarire. Si erge così l'immagine di Tonno che raggiunge lo scopo - in tre anni, lavorando a Milano e dormendo nella stazione Centrale - di mettere da parte "esattamente la somma che aveva deciso di risparmiare" col puro intendimento di smentire quelli che gli avevano detto: "Non ce la fai!".

Altra caratteristica del Cuscio è la lingua aviglianese: conosce solo quella e non parla altro. Lo fa in una maniera tutta particolare come sottolinea l'autore: "Il Cuscio parla in modo obliquo e tagliente e usa per civetteria i nomi al vezzeggiativo. Il suo parlare è inclinato a 45 gradi ed è raddolcito in vista delle cose feroci alle quali è per accingersi".

Segue nella storia la rievocazione della quattro nonne: quella di Montecaruso, la madre della madre; Janna la balia della madre; il "Grillo", cioè la madre di nonnazia; Trik - Trak, la madre del padre. Ciascuna viene descritta, con precisione e con immediatezza e vengono evidenziate alcune caratteristiche come tenere panieri e ceste appesi con lunghe corde alla trave di legno.

Si apre così la seconda parte del libro con la figura di Giambattista, ferroviere e cognato della "belva scatenata" cioè di Giuseppe e capace in qualche modo, di tenerlo sotto controllo, accompagnandolo alla fiera di Levante. Ma c'è anche Angelantonio, un tempo Guardia Regia, persona silenziosa, possessore di una cassa di legno piena di libri non di scuola.

Gli episodi continuano a snodarsi, agili nella struttura e rapidi nel periodare: si parla di "Masciare", dell'acquisto di un "Melzi", della fabbrica di gazzose, dell'erba di Lavangone nell'improponibile paragone con quella della Lombardia, della scuola elementare, dell'innamoramento da parte del narratore di Ludgarda che "aveva boccoli lunghissimi e biondi e chi saprà mai i sacrifici che costava alla madre la messa a punto mattutina!", di altre situazioni e quindi del passaggio alla città di Potenza, del risultato esaltante al liceo - ginnasio, del fischio alla cuscia, della fuga del padre ad Avigliano per l'acquisto dell'orologio d'oro.

Poi la scuola media con la sensazione della crisi religiosa e della vocazione che allarma tutti e spinge Giuseppe ad affrontare il figlio che trema all'idea. L'incontro, inevitabile, avviene all'aperto e con sorpresa Giuseppe, sentita la richiesta del figlio, acconsente senza battere ciglio, salvo poi ad uscire in esclamazioni quando sente parlare di Gerusalemme e, forse, per la prima volta, non appare tanto spavaldo e sicuro: "Non so dov'è Gerusalemme. Deve essere dietro l'Albania, dove sono stato durante la guerra. C'è l'acqua di mezzo. Janna è vecchia, Mammagranna di Zamarra è vecchia, io non sono giovane, tua madre e nonnazia hanno la loro età e poi siamo in tanti. Acqua e morta dietro la porta. Se succede qualcosa, prima che tu possa arrivare vestito da monaco di Gerusalemme, noi siamo già terra e ceci"

E per fortuna la salvezza arriva dal "Corriere dei piccoli".

La storia riprende con il ritorno ad Avigliano, culla generazionale, per le lezioni di latino e poi episodi si sovrappongono ad episodi in un continuo che non stanca, con al fondo o alla base elementi minimi ed elementari ma significativi e sempre, fuori dal proprio ambiente, nelle città ricche del nord, il terrore di puzzare, quasi che il cattivo odore possa rimanere radicato nel cuore.

Si apre la terza parte del libro e cambia la visione prospettiva, seppure i personaggi restano gli stessi. Non c'è più la stessa situazione economica e sociale ma tutto si trasforma e il ritorno del figlio di Giuseppe a Lavangone avviene in un clima di novità e di irrealtà nel quale sembrano smarrirsi certe coordinate; affiorano situazioni storiche di ampio respiro, riferimenti all'europeismo, alle automobili che abbondano, ai proprietari disoccupati e nullafacenti. Cambia il clima ma non cambia Giuseppe che tiene a fare il pellegrinaggio a piedi o con i muli :" Madonna di Pierno: una notte; tre giorni Madonna Incoronata; un giorno e mezzo per la Grotta dell'Angelo a Luongo…"

E a chi gli chiede che macchina possiede per poter fare tutte quelle cose, egli risponde imbestialito:

-Cazzone! Io tengo tutte le macchine, anche quella che ti pela sotto la pancia, ma noi il pellegrinaggio lo facciamo a piedi. Massimo, coi muli! -

E il pellegrinaggio si tiene, tagliando per Lagopesole, senza fare sosta, poi per Rionero, Leonessa e quindi Foggia.

Si arriva all'epilogo con l'apertura e la lettura del testamento di Giuseppe Nolé, barone di Lavangone, alla presenza dei due presidenti delle regioni Basilicata e Puglia. Tutta l'eredità va al dilettissimo figlio Federico secondo Summa di Miracolo ma le condizioni sono talmente assurde da rasentare prima e sconfinare poi nel ridicolo e da rendere inevitabile la rinuncia al testamento stesso.

Ma non poteva essere diversamente. La conclusione doveva, obbligatoriamente, essere stravagante, visionaria, impossibile, come il personaggio protagonista vero del racconto e cioé Giuseppe, ultimo dei Cusci.

Si tratta di una scelta difficile da parte di Vito Fiorellini e certamente anche sofferta, ma certamente la migliore possibile di un romanzo che va al di là dei personaggi e delle situazioni contingenti e che si connota per il suo insieme e per la tendenza alla mitizzazione.

Per questo il romanzo si può definire della coralità, dell'insieme, di una gente che ha lo stesso modo di sentire, di partecipare agli accadimenti e non solo a quelli naturali, di sperimentare, di vivere voglie e desideri, di sentire forte il senso dell'appartenenza e di stringersi intorno al termine "Cuscio" che, anche per questo, assume caratterizzazioni e funzioni che vanno ben al di là del significato tout court, che pure comprende implicazioni assai vaste.

Si tratta di un romanzo corale con certi richiami al miglior neorealismo, ma anche un po', come si accennava, saga familiare e di una frazione, ben individuata eppure collocabile in altre parti del Paese e questo dona al romanzo una dimensione ultraprovinciale ed allargata in una sorta di mitizzazione e se si vuole tendente al miglior melodramma con riflessi, pur senza riferimenti specifici, a certe indicazioni di Vittorini e di altri buoni autori del Novecento italiano

Vi sono espressioni coniate dallo scrittore che andrebbero riprese e riscritte per la forza espressiva e la capacità concettuale. Ne indichiamo solo qualcuna, sapendo di fare torto all'autore per tutte le altre che siamo costretti a tacere. "Volavamo in contro acqua"; "La notte era a due strati: blu scuro a contatto dei Cusci, più chiaro per tutta la volta del cielo".

Altre volte le espressioni vengono mutuate dal dialetto aviglianese: "Altro gli passava per la capa"; "siamo già terra e ceci", (per indicare la morte); "Andiamo alla terra" ( per dire ad Avigliano); "Andiamo al Felce" ( per dire al cimitero".

In ogni caso i termini dialettali sembrano esplodere e, a tratti, riavvolgersi nella gola con richiamo, per accostamento se si vuole un po' ardito e per certo aspetti improponibile, alla poesia "colluttorio" di Giuliani, con amiccamenti sommessi o aperti, con solletichi, farfugliamenti, situazioni accattivanti, inferenzialità multiple e diversificate che nascondono sempre o quasi, dietro un atteggiamento anche di spavalderia del "cuscio", una tenerezza inesprimibile, una partecipazione immediata, una dolcezza che arriva al cuore, una comunione che assume l'aspetto della vicinanza anche fisica e dello strofinamento non disgiunte mai dal senso dell'identità e dell'orgogliosa appartenenza.

E non mancano la forza della volontà, l'anelito della conquista, la tenacia nel perseguimento di certi scopi, la saggezza popolare con la sua doppia faccia, il rigore, la linearità e quando il rischio di cedere a tentazioni autolesionistiche diventa reale e palpabile, la capacità di saltare a pié pari e di procedere quasi staccando con nettezza e don decisione.

E così il mondo contadino appare nella sua interezza e nella sua totalità non come somma delle parti ma con quel qualcosa in più che lo rende omogeneo e granitico nella sua diversità e varietà, nella caratterizzazione dei personaggi ( non ci sono personaggi minori) votati tutti all'insieme. E tutto sembra destinato a piegarsi al "cuscio", finanche le forze della natura

"La notte era a due strati: blu scuro a contatto dei Cusci, più chiara per tutta la volta del cielo".

E si potrebbe davvero ipotizzare un doppio mondo, con abitudini diversificate e modi di vivere, con norme, regole e sentimenti, ma non c'è, per intelligenza dell'autore, dicotomia assoluta; piuttosto di tratta di due posizioni che possono sempre interagire, intersecandosi ma sempre conservando i caratteri specifici e particolari.

Ma il rischio di cadere nella citazione è davvero forte e tentatore quanto pericoloso perché l'analisi del testo di Vito Fiorellini ci mostra di trovarci in una miniera e quindi il volume dovrebbe essere citato tutto quanto vuoi per le modalità espressive, vuoi per certi aspetti terminologici, vuoi infine per l'arte del conio dell'autore.

Un fatto appare ancora più certo nella già sicurezza della validità dell'opera, e cioè che la storia, o i tasselli cronachistici di tante storie, che si presenta con le connotazioni del provincialismo si stempera e si allarga in una visione ampia, sicché assume connotazioni di cosmopolitismo e di internazionalità in maniera da rendere una piccola zona della Lucania e di Avigliano, Lavangone, cuore pulsante di vita propria dell'intero nostro Paese, dell'Europa, del mondo.

E anche in questo meriterebbe di essere raccolta la sfida di Vito Fiorelllini che si colloca sulla scia della miglior prosa del nostro tempo.